La mezzadria e le lotte delle mezzadre senesi

A Siena, il primo quinquennio di vita dell’ UDI è caratterizzato da iniziative per la ricostruzione del paese: assistenza ai reduci, pacchi per le famiglie in difficoltà, Befana ai bambini, colonie elioterapiche, accoglienza ai bambini di Cassino.

Il primo congresso provinciale, del 1945, pone subito al centro le donne mezzadre e chiede la tutela della madre contadina, la parità salariale, la presenza femminile nelle commissioni interne delle fattorie.

La composizione sociale delle iscritte della provincia vede, oltre alle mezzadre, una maggioranza di casalinghe al cui lavoro si vuol  riconoscere dignità e valore. Quando, nel 1956, viene proclamata la Giornata della donna casalinga, in provincia di Siena si svolgono 23 conferenze sul tema.

Dalla conferenza sul lavoro delle donne contadine del 1957 scaturisce una petizione sottoscritta da circa 7.000 donne.

Il tema dell’istruzione  viene elaborato con assiduità a partire dall’apertura, nel 1948, a Colle Val d’Elsa, della scuola materna gestita direttamente.

Questo solo per fare alcuni esempi che danno l’idea della quantità e qualità del lavoro politico portato avanti dall’ UDI senese dalla sua fondazione e per i primi 10-15 anni di attività.

Fra questi temi,  una storia che il nostro archivio testimonia con ricchezza, sui cui abbiamo  scelto di lavorare con mostre e pubblicazioni a partire dal 2019, sicuramente una delle più significative rispetto alla situazione  economica della provincia senese, è quella delle lotte delle mezzadre.

Il contratto mezzadrile era tipico delle campagne del centro Italia, Toscana in particolare.

Le testimonianza di ex mezzadri e mezzadre, raccolte nel volume “Memoria, continuità ed innovazione” dalla Flai-Cgil di Siena (Siena, 2005), spiegano in modo esaustivo quale erano le condizioni di vita delle famiglie mezzadrili.

Era un contratto fra padrone e mezzadro che poteva variare in qualche cosa da zona a zona, da azienda ad azienda, ma dovunque era soggetto a delle costanti. Prima di tutto era a senso unico, il padrone lo proponeva e tu dovevi accettarlo, prevedeva che il padrone  mettesse il podere, la casa colonica, il bestiame, le attrezzature; il mezzadro la manodopera. La manodopera non era solo quella che occorreva durante tutto l’anno per il lavoro del podere, ma anche quella richiesta per lavori verso l’azienda, il fattore chiamava e il contadino doveva andare.
Prevedeva anche i cosiddetti dazi colonici; consistevano nel fatto  che il mezzadro poteva allevare un po’ di polli, un po’ di conigli, ma in misura non troppo grande; per la concessione di questi piccoli allevamenti si dovevano pagare i dazi, il padrone voleva la sua parte e quando era il periodo di dargli le uova se non ce le avevi dovevi andare a comprarle.
Le famiglie mezzadrili erano famiglie di tipo patriarcale; a capo c’era il capoccia che decideva su tutto, dalla distribuzione del reddito all’assegnazione dei lavori: il bifolco per la stalla, il cantiniere, l’ortolano . Poi c’era la massaia che di norma era la moglie del capoccia e che oltre a fare da mangiare, con l’aiuto delle altre donne della famiglia, pensava a fare il bucato, a sistemare la biancheria, a tessere la canapa, a fare il pane, a governare i polli.. Anche i bambini, appena erano in grado di farlo, erano chiamati a dare il loro contributo portando al pascolo i maiali.

 

Abbiamo già detto che, nel primo congresso provinciale del 1945, l’ UDI senese pone fra le sue rivendicazioni  la tutela della madre contadina , la parità salariale, la presenza femminile nelle commissioni interne delle fattorie. Su queste rivendicazioni e su le altre che richiedono il risanamento delle case, l’apertura di ambulatori medici, il potenziamento delle scuole per assicurare a tutti la frequenza almeno fino alla quinta elementare, l’intervento dei patronati scolastici per dare refezioni calde, libri, scarpe e grembiuli, ci sarà una totale sintonia  fra l’UDI e l’organizzazione sindacale della Federmezzadri, presente nelle campagne con le sue leghe.

Ancora nel 1959, la relazione dell’assessore all’agricoltura della Provincia di Siena, presentata al “Convegno per la casa rurale”,  descrive così la situazione

Ci troviamo in uno stato di fatto  che, mentre il progresso cammina vi è ancora chi ha la pretesa  di vedere vivere i nostri contadini in un ambiente che ci riporta indietro di secoli, all’epoca in cui erano costretti ad approvigionarsi di acqua e illuminazione con mezzi rudimentali, all’epoca in cui non avevano bisogno di strade perch il mezzo migliore di locomozione era il cavallo od il somarello.
Provate a prendere una viottola che immette nella strada centrale, camminate per un centinaio di metri e vi troverete una casa colonica vecchia, malandata, con in fondo alle scale la botte dell’acqua, la concimaia appresso alle mura della casa e se salite vi troverete il lume a petrolio e l’acetilene da una parte  per scendere di notte nella stalla.
Il 75% delle case coloniche è privo di energia elettrica, il 78% manca di acqua potabile fornita da un acquedotto, oltre il 50% è addirittura privo di gabinetto ed un’alta percentuale ha le concimaie sotto le finestre.

 

Sul tema della maternità la testimonianza di Genny Cappelli, che è stata dirigente della Federmezzadri senese negli anni cinquanta, raccolta da Roberta Vigni  (Genny Cappelli e le sue compagne,  Siena, 2010) condensa in poche frasi le questioni importanti

Nelle campagne vi era un numero di aborti, di parti prematuri, di nati morti e di neonati deceduti nei  primi mesi di vita superiore a quello che si verificava nei centri urbani  e questo a causa tanto delle abitazioni malsane, quanto del fatto che le donne svolgevano le loro pesanti mansioni lavorative fino al parto per riprenderle pochi giorni dopo  e che più in generale non vi erano le condizioni per un’adeguata assistenza sanitaria.

Nonostante ciò le mezzadre si erano viste escluse dalla legge 860 del 26 Agosto 1950 che aveva per oggetto la tutela fisica ed economica  delle lavoratrici madri e particolarmente insopportabile  era parsa loro la motivazione con cui le forze di maggioranza governativa avevano giustificato tale scelta: si era sostenuto che le donne mezzadre non potevano essere ritenute lavoratrici in senso pieno e che comunque non potevano essere considerate dipendenti poiché il mezzadro era contrattualmente un socio.
L’esperienza  quotidiana delle mezzadre, fatta di giornate di lavoro interminabili nelle quali al carico del lavoro nei campi si sommavano le fatiche della cura della casa e dei figli, era molto lontana da quella della moglie di un imprenditore agricolo.

 

A seguito di questa esclusione la Federmezzadri nazionale presenta un progetto di legge per estendere anche alle mezzadre i benefici della legge e per sostenere l’iniziativa nel senese prese il via una imponente mobilitazione.

A Settembre del 1951 erano state raccolte 15.000 firme in calce a lettere indirizzate ai due rami del Parlamento ed inoltre si era ricercata l’adesione di medici ed ostetriche che con dichiarazioni scritte attestavano la necessità  per le mezzadre di astenersi dal lavoro a partire dal settimo mese a fino al secondo mese dopo il parto.

Nel frattempo, però, si mirava ad ottenere dei risultati immediati nelle vertenze aziendali cercando di stipulare accordi che garantissero un periodo di riposo di almeno 4 settimane prima e dopo il parto, la sostituzione della donna in maternità a carico del padrone, un assegno di maternità.

Nell’Ottobre del 1954 erano 50 le aziende del senese dove le mezzadre  erano riuscite ad ottenere accordi sulla maternità, comunque una minoranza.

Se fin dal 1945 l’ UDI senese si era posto l’obiettivo della parità salariale anche per le donne della campagna, purtroppo ancora nel 1961 permane la necessità di lottare per l’abolizione di quello che era chiamato coefficiente Serpieri che dava al lavoro delle donne contadine il riconoscimento di un 60%  rispetto al 100% degli uomini.

La traccia per la discussione in preparazione del convegno provinciale  delle lavoratrici della terra, che l’UDI senese terrà nel mese di Ottobre del 1961, spiega con molta chiarezza gli effetti del valore minore attribuito al lavoro femminile.

Tutte le lavoratrici della terra sono ingiustamente retribuite per il lavoro che fanno. Sono retribuite in misura inferiore all’uomo solo per il fatto che il loro lavoro è valutato meno.
Per le mezzadre, nel valutare il lavoro dell’intera famiglia, si dà per certo  che le donne lavorano meno. Infatti mentre per l’uomo si dà una valutazione di 100, per la donna si dà una valutazione di 60. Quindi il lavoro della donna iene valutato al 60%. Mentre agli uomini sono attribuite in un anno 300 giornate alle donne sene attribuiscono 260. C’è stato un aumento nel riconoscimento delle giornate, prima erano 160, ma è solo un passo avanti.
Cosa deriva alla mezzadra da questo fatto fondamentale? Ne deriva lo svantaggio economico per tutta la famiglia e per la donna in particolare, il pericolo della disdetta alla famiglia per insufficiente manodopera, la difficoltà o impossibilità  in certi casi di raggiungere il numero di contributi occorrenti per la pensione e anche, in seguito, pensioni più basse.

 

Sempre nella stessa traccia di discussione troviamo una lucida argomentazione sul motivo che porta l’ UDI ad occuparsi di tali problemi e sul rapporto fra UDI e sindacato.

L’UDI il cui compito come sappiamo è lottare per la conquista dell’emancipazione femminile, e cioè praticamente per la conquista e il rispetto dei diritti e della dignità della donna, di tutte le donne, ha il dover di affrontare il problema quale problema di emancipazione e di rispetto di un principio costituzionale.
Non si deve pensare che poiché vi è il sindacato l’azione dell’ UDI sia inutile o sia un doppione.
Il sindacato  è l’organizzazione di categoria, cioè degli uomini e delle donne  che lavorano la terra, ha compiti diversi dai nostri e bisogna soprattutto convincersi che noi non possiamo sottrarci al dovere di difendere le donne come tali  e di difenderle da ogni discriminazione di sesso.

 

Nel 1961 stiamo già andando verso la fine della mezzadria. La legge che impedisce la stipulazione di nuovi contratti è del 1964, ma le nostre campagne già si stavano svuotando con l’esodo verso Siena e i paesi più grandi della provincia. Le nostre mezzadre più giovani diventano domestiche, sarte e operaie nelle poche fabbriche,  tra cui quelle di confezioni.

 

Le nostre mostre nel territorio

Sabato 30 Marzo – Circolo Arci di Villa a Sesta – Donne di Campagna

25 Maggio 2019 – Museo del Paesaggio di Castelnuovo Berardenga – Mostra “Abbiamo lottato con passione. Donne, diritti e mondo mezzadrile”

24 Marzo 2024 – Museo Corboli, Asciano – DONNE MEZZADRE. La condizione femminile nelle campagne senesi (1945-1960)